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Questa pagina raccoglie articoli dei nostri autori
Scritto dal dott. Paolo Francesco Steri
pubblicato il 30 ottobre 2009
Negazionismo.
“L’olocausto una leggenda” (Prof.Antonio Caracciolo Roma)
Il prof. Antonio Caracciolo docete di filosofia del diritto dell’università la sapienza di Roma ha asserito, durante un’intervista al quotidiano la Repubblica, che lo sterminio subito dagli ebrei durante il secondo conflitto mondiale sarebbe solo una leggenda senza reale fondamento storico e che nel campo di sterminio di Dachau, il primo in Germania si stava meglio di qualsiasi città italiana.
L’olocausto sarebbe quindi per Caracciolo, convinto negazionista, solo un’invenzione dei vincitori per diffamare gli sconfitti.
Il rettore dell’università di Roma Luigi Frati ha invitato il sedicente professore a visitare personalmente il campo di sterminio di Dachau.
Il Sindaco di Roma Gianni Alemanno ha chiesto la sospensione del professore Caracciolo, ma il negazionismo o revisionismo è un fatto culturale non così recente. Le tesi principali dei negazionisti odierni sono che:
- I nazisti non abbiano mai espresso realmente la volontà di sterminare il popolo ebraico.
- Le camere a gas non sarebbero mai esistite. L'ex professore di critica letteraria all'Università di Lione Robert Faurisson, che è stato soprannominato il “Papa del revisionismo” ha sostenuto che le camere a gas non avevano la funzione di sterminare le persone, ma solo quella di uccidere i pidocchi, di cui il campo era sempre infestato.
- il numero degli ebrei morti durante la Seconda Guerra Mondiale sia inferiore a quanto si ritiene;
- che la narrazione della Shoah sia un utile artificio pensato per giustificare la costituzione dello Stato di Israele nel dopoguerra..
E’ opportuna qualche precisazione su termini come olocausto e shoah.
Il termine olocausto(dalla lingua greca "tutto bruciato"), in origine aveva un significato puramente teologico e si riferiva ai sacrifici che venivano richiesti agli Ebrei dalla Torah: si trattava di sacrifici di animali uccisi e bruciati sull'altare del tempio.
In seguito la parola ha assunto un diverso più drammatico significato.
La parola “Shoah” (in lingua ebraica השואה ), che significa "distruzione", "desolazione" o "calamità", è un’altra terminologia diffusa per definire l’olocausto nazista.
Le cifre dell’olocausto sono realmente tragiche, durante il secondo conflitto persero la vita nei campi di sterminio dai cinque ai sette milioni di ebrei, con una media di sei milioni, un vero e proprio genocidio!
La metodologia dello sterminio prevedeva il trattamento delle vittime con monossido di carbonio, i corpi poi venivano bruciati in appositi forni crematori.
All'arrivo nel campo di sterminio i deportati venivano divisi in due gruppi; quelli troppo deboli per lavorare venivano uccisi immediatamente nelle camere a gas (che erano a volte mascherate da docce) e i loro corpi cremati nei forni, mentre gli altri venivano impiegati come schiavi nelle fabbriche.
I nazisti costrinsero anche alcuni dei prigionieri a lavorare alla rimozione dei cadaveri e allo sfruttamento dei corpi.
I denti d'oro venivano estratti (senza anestesia) e i capelli delle donne (tagliati a zero prima che entrassero nelle camere a gas) venivano riciclati per la produzione industriale di feltro.
L’ideologia dello sterminio prendeva diretta ispirazione dalle teorie antisemitiche del regime. Scriveva Adolf Hitler nelsuo celebre trattato “Mein Kampf (letteralmente la mia battaglia): “E così io credo che il mio comportamento come sempre è in accordo con il volere dell’onnipotente creatore. Fin quando mi reggerò in piedi sarò contro il Giudeo difendendo l’opera del Signore”. In questo modo l’olocausto assumeva una delirante connotazione mistica, quasi un impegno morale assunto davanti a Dio, al quale non ci si poteva sottrarre per nessuna ragione, il popolo ebraico era infatti accusato del più infame dei crimini, il deicidio, la crocifissione di Cristo, figura centrale nel “Mein Kampf”, il nazismo infatti, secondo Hitler è la rivincita del cristianesimo autentico che si contrappone come aveva fatto Cristo al giudaismo.
In questo modo Hitler si propone come”nuovo Cristo” messia e redentore, liberatore dal giudaismo falso ed ipocrita.
Un Cristo che vendica la morte del vecchio Cristo, ucciso barbaramente sulla Croce.
Secondo quindi la visione delirante del suo ideatore il nazismo non si oppone al cristianesimo, ma inevitabilmente nega il suo fondamento essenziale, quello della pietà.
La pietà, “agapè” non è un valore imprescindibile come promulgato dal “primo Cristo”, bensì una debolezza che il superuomo deve imparare a dominare. Il nuovo cristianesimo nega le virtù fondamentali dell’amore, è maligno e non benevolo, invidioso, arrogante, orrendo, interessato, ingiusto.
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« L'amore è paziente, è benevolo; l'amore non invidia; l'amore non si vanta, non si gonfia, non si comporta in modo sconveniente, non cerca il proprio interesse, non s'inasprisce, non addebita il male, non gode dell'ingiustizia, ma gioisce con la verità; soffre ogni cosa, crede ogni cosa, spera ogni cosa, sopporta ogni cosa. L'amore non verrà mai meno. » (1cor 13:4-10) | |
Le parole di Paolo sono quasi una profezia in considerazione del fatto che l’ideologia nazista è crollata miseramente. “L’amore non verrà mai meno” mentre ciò che lo nega ha vita breve si potrebbe aggiungere a questo punto senza timore di incorrere per questo in errore.
La dottrina della purezza della razza non ammette difetti fisici di sorta, soprattutto se si è ebrei.
Il sacrificio di intere generazioni di ebrei, minorati fisici e mentali, omosessuali, lesbiche, testimoni di Geova, obbedisce alla logica delirante di ricondurre l’umanità ad una presunta “purezza”.
Un’umanità costituita da “super-uomini” è il risultato finale della razionalità che alimenta l’olocausto.
Il “super-uomo” libero da condizionamenti religiosi e morali, vede il concetto stesso di pietà come estraneo ed inutile.
Adolf Hitler stesso si rappresenta nel “Main Kampft” come "übermensch", superuomo, riferendosi all'opera Così parlò Zarathustra di Friedrich Nietzsche, il quale aveva inteso con "superuomo" un uomo capace di essere superiore a sé stesso e ai propri impulsi, super-uomo" vuol dire "colui che è sopra gli uomini" e li schiaccia.
La seconda parte della definizione di superuomo “li schiaccia” è in piena sintonia con l’ideologia dello sterminio.
”Schiacciare” significa distruggere, annientare, uccidere, secondo la legge naturale del predominio del più forte e della”selezione”.
Del resto l’idea stessa del superuomo sottintende una “selezione”.
Ma non tutti sanno però che Nietsche si oppose apertamente all’antisemitismo.
Un mondo nuovo, è quello che il nazismo si propone anche a costo di uccidere, di torturare, di umiliare.
« Verrà un giorno in cui sarà più grande onore avere il titolo di cittadino del Reich in qualità di spazzino che essere re in uno Stato straniero, e questo giorno verrà certamente, poiché, in un mondo come il nostro, che permette la mescolanza delle razze, uno Stato che dedica tutti i suoi sforzi allo sviluppo dei migliori elementi razziali deve fatalmente diventare il padrone del mondo. » (Adolf Hitler). Anche il cristianesimo ha cercato di fare la medesima cosa, ma il suo sforzo è stato vano perché ha dato troppo credito al concetto di pietà.
La cosiddetta “teologia della morte di Dio” diviene giustificazione dell’olocausto, la pietà ha mortificato l’uomo invece di redimerlo, l’uomo che può fare a meno di Dio è irrimediabilmente condannato all’autodistruzione, dalla “morte di Dio” alla camera a gas il passo è tragicamente breve.
Del resto la coscienza della “morte di Dio” da presupposto teorico ed ideologico diventa tragica realtà nell’orrore senza fine del campo di sterminio: “dov’è Dio perché non interviene, perché non ferma l’orrore e confonde i carnefici?”
Solo nell’universo l’uomo si sceglie quale giudice assoluto della condizione del suo prossimo.
Dachau appena a nord di Monaco è stato uno dei luoghi di sterminio dove il nazismo commise tra i crimini più efferati, obbedendo ciecamente alla logica dello sterminio di massa.
Il cosiddetto “massacro di Dachau” dove le truppe alleate inorridite dai crimini commessi dal nazismo, effettuarono una delle vendette storiche più crudeli è la testimonianza di come l’orrore resti nella storia e di come l’uomo non sappia rispondere ad esso che con nuovo orrore.
La testimonianza dei vincitori è terribilmente semplice, la distruzione dei luoghi di sterminio: un’efficiente macchina militare divora ciò che resta del decaduto regime, semina nuovo sangue nei campi di sterminio che sono ora divenuti delle trincee.
L’aspetto più crudele e perverso del secondo conflitto mondiale è l’olocausto, ma in guerra non è possibile rispondere all’orrore diversamente.
« Dobbiamo essere crudeli. Dobbiamo riabituarci a essere crudeli con la coscienza pulita. » (Adolf .Hitler). In quest’allarmante panorama negazionista quest’articolo si prefigge nella sua essenzialità, dettata da esigenze di fluidità e comprensibilità, di essere una tragica testimonianza dell’olocausto nazista e quindi una lucida risposta a certe teorie negazioniste che vorrebbero l’olocausto come una gigantesca inammissibile menzogna. Di fronte all’orrore nell’orrore dell’attuale negazionismo è necessario ribadire con forza la testimonianza della “schoa” non come mito, bensì come tragica realtà che deve insegnare il rispetto della vita umana alle future generazione, affinché fatti del genere non accadano mai più.. Reagire a tutto questo è doveroso e necessario per uno scrittore fermamente convito del valore etico della memoria. Al negazionismo occorre contrapporre la realtà storica, ma anche il verosimile e la narrazione appassionata che ne consegue.
Paolo Francesco Steri
Scritto da Vincenzo Puccinelli
pubblicato il 06 novembre 2008
SAGGIO sulla MONTAGNA
La montagna aiuta a ritrovare se stessi e godere la solitudine in un ambiente magico che riesce ad infondere calma e serenità.
Ogni persona sensibile ama trovarsi in una vallata ove gli unici rumori sono quelli naturali ed i boschi accompagnano lo sguardo verso le vette, che dominano incontrastate il paesaggio e ti fanno sentire piccolo ed insignificante.
I prati sono pieni di fiori e di tante qualità di erbette,i laghetti sono delle gemme azzurre incastonate fra gli abeti e le rocce, ogni particolare si armonizza e completa formando un habitat lontanissimo dalla congestione, frastuono e dall’inquinamento delle città.
Sfortunatamente anche la montagna non presenta più un quadro così idilliaco, soltanto in rari posti l’uomo è riuscito a non procurare danni, nella maggior parte delle zone si è costruito troppo ed in maniera poco rispettosa della natura.
Mentre le chiesette e le vecchie baite si accordano con il paesaggio ed in molti casi sono fattori di ulteriore abbellimento,tanti nuovi fabbricati non risultano affatto in sintonia ed arrecano disturbo all’ambiente.
Il turismo ha portato per i residenti innegabili vantaggi economici, ma nello stesso tempo parecchie tradizioni ed usanze si sono perse o vengono continuate in modo fasullo solo per attirare e compiacere i visitatori esterni, che generalmente si lasciano facilmente abbindolare e non percepiscono che gli aspetti più esteriori della montagna,senza apprezzarne la vera ed intima essenza.
I gitanti della domenica arrivano con le loro macchine,sono rumorosi,poco rispettosi del verde ed incapaci di ammirare in silenzio un picco innevato, una vallata stretta fra cime scoscese o un pianoro con le mucche al pascolo.
La cosa preferibile sarebbe usare l’auto il meno possibile,una volta che si è raggiunta la località montana prescelta; per godere appieno della vacanza è assai più salutare fare delle passeggiate ed escursioni commisurate alla propria forma fisica, tenendo sempre ben presenti elementari regole di buon senso e di prudenza.
Purtroppo per molti la montagna si riduce a vedere dal finestrino della macchina i passi alpini più famosi,a prendere il sole sulle terrazze panoramiche, a fare lo struscio nel centro di Cortina o di Courmayeur vestiti all’ultima moda e con i tacchi a spillo; praticamente non si ottengono che trascurabili benefici da un simile soggiorno che concretamente non si distacca molto dalle abitudine quotidiane della vita in città.
Vi sono anche turisti troppo avventurosi, che non si rendono conto a sufficienza dei pericoli compresi nell’ambiente di alta quota e vogliono compiere da soli escursioni non adatte alle loro capacità, senza richiedere l’assistenza di guide esperte, che rispettano la montagna e ne temono le tante insidie.
Molte disgrazie avvengono per impreparazione,mancanza di adeguato equipaggiamento e totale incoscienza nell’affrontare vie ferrate ed arrampicate quando le condizioni del tempo non sono pienamente favorevoli. Alcuni ritengono erroneamente di avere la forza di sopportare lunghe marce sopra i tremila metri, ove l’aria è meno ricca di ossigeno ed è necessario sia un grande addestramento che una ferrea determinazione per poter validamente affrontare le difficoltà di un habitat estremo ed ostile all’uomo.
Questi alpinisti improvvisati sono vittime di narcisistico egocentrismo e costituiscono un pericolo anche per chi spesso è costretto a correre seri rischi per andare in loro soccorso, le scalate non possono divenire un fenomeno di massa, devono essere riservate solo ai veri professionisti, dotati di competenze tecniche,genuina passione e consapevolezza dei propri limiti. La grandezza di uno scalatore non si misura soltanto dalle vette che ha conquistato o dalle nuove vie che per primo ha sperimentato, ma soprattutto dalle volte che ha deciso di interrompere l’ascesa perché si è reso lucidamente conto dell’impossibilità di andare avanti senza mettere a repentaglio la propria pelle. Per le persone normali non sono necessarie simili prove, basta avere una certa sensibilità ed un sincero amore per la natura per essere in grado di apprezzare la montagna come sicuro rifugio per stare soli con se stessi e sfuggire momentaneamente ai condizionamenti ed alle assurdità della società in cui si costretti a vivere.
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Scritto da Vincenzo Puccinelli
pubblicato il 28 ottobre 2008
SAGGIO sulle RAZZE ed EREDITARIETA’
Su questo argomento la società ha creato una cortina di illusioni e menzogne per nascondere la verità attraverso un’astuta demagogia; si è da sempre proclamato che le razze non esistono, tutti gli uomini sono uguali, i caratteri somatici ed il colore della pelle non hanno alcuna importanza e così via, dando libero sfogo ad ogni grossolana bugia.
Nonostante questi tentativi la maggior parte della gente, sebbene a parole non si giudichi intollerante, in concreto si comporta valutando attentamente le peculiarità fisiche ed ereditarie di qualsiasi individuo; ad esempio vorrei sapere quanti genitori italiani non si preoccupano perché la figlia vuole sposare un africano, un mulatto oppure chi è affetto da tare congenite.
Affermare che le etnie non sussistono è falso e completamente contrario al pensiero comune, ciò è stato ben compreso dal potere, che si affida al comportamento spontaneo del gruppo più forte e numeroso delle altre aggregazioni minoritarie presenti nella collettività; mentre a parole si predica un’utopistica parità, in realtà si agisce con criteri pragmatici, secondo la ben nota legge della giungla.
Basta considerare le qualità ed i pregi di ogni singola popolazione per comprendere come siano rilevanti le differenze; ad esempio gli atleti di pelle scura, proprio per la peculiare struttura corporea e la straordinaria elasticità dei muscoli, hanno un notevole vantaggio nelle gare di velocità e di scatto rispetto agli altri concorrenti; ulteriore dimostrazione può riguardare la specialità del salto in alto, ove occorre disporre di fisico longilineo ed armonioso, quindi in tale competizione sono generalmente favoriti i nordici rispetto ai mediterranei, dotati di complessione più brevilinea.
Anche considerando la questione dal punto di vista estetico, è innegabile la presenza di ampie difformità, in quanto risulta assai più piacevole guardare una stirpe formata da individui proporzionati, ben sviluppati e con i lineamenti gradevoli e delicati, piuttosto che una moltitudine di persone basse, sgraziate, obese e dai caratteri somatici rozzi e grossolani.
Ovviamente se si dice ciò in pubblico, si viene subito bollati come razzisti da quella gente ipocrita che pensa la stessa cosa, ma non ha il coraggio di esprimerla per i pesanti condizionamenti subiti fin dalla più tenera età.
Spesso si afferma che alcuni popoli posseggano determinate caratteristiche, ad esempio che gli inglesi siano flemmatici, i tedeschi amanti dell’ordine e dell’organizzazione, i latini abbiano il temperamento passionale e molti orientali risultino fatalisti nell’affrontare l’esistenza.
Più o meno esagerate e distorte, tali credenze hanno comunque un fondo di verità, vale a dire che molte etnie hanno delle specificità abbastanza diffuse nella media, a causa di motivi storici, geografici, economici e culturali.
Vi sono state in passato dottrine che ritenevano, non si sa in base a quali reali motivazioni, che un particolare tipo di habitat, comprendente il clima, le ricchezze minerarie, il grado di fertilità del suolo, la composizione di sali disciolti nell’acqua potabile, fosse all’origine del formarsi di aristocrazie razziali, cioè di stirpi assai superiori in molti campi rispetto alle altre.
Mentre gli elementi distintivi generali sono determinati per mezzo del gruppo di appartenenza, con l’ereditarietà si possono scoprire le qualità del singolo.
In tal modo l’uomo si trova prigioniero dei vincoli del sangue, senza poter avere che minime possibilità di liberarsene; volenti o nolenti in noi si trovano le peculiarità, positive o negative, dei genitori principalmente e secondariamente degli antenati.
Al pari di una catena ove ogni anello, cioè generazione, è saldamente unito al precedente e si tiene allo stesso tempo legato al successivo, così tale fattore influenza da sempre l’esistenza dell’umanità.
La bellezza, la resistenza alle malattie, il grado di intelligenza, la struttura fisica dipendono in gran parte dalla genetica;come in una lotteria c’è chi è più o meno favorito, così anche in tale campo c’è chi dispone di molte doti e viceversa chi ne è quasi del tutto sprovvisto.
Non resta che accettare il responso del caso senza tentare invano di voler cambiare parametri immodificabili, in quanto equivarrebbe a pretendere di insegnare ad un cane a miagolare o ad un leone a belare, cose palesemente assurde ed irrealizzabili anche applicandosi con tutte le forze disponibili.
Ciò comunque non esclude affatto che la singola persona non si debba impegnare, con lo studio e la volontà, per acquisire un bagaglio di conoscenze capaci di assicurare un’indipendenza economica e culturale, che risulta ben più rilevante dei fattori ereditari per garantirsi un’accettabile qualità di vita.
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Scritto da Enrico Gherardi
pubblicato il 21 ottobre 2008
Dallo sciamanismo alle religioni monoteistiche attuali
di Enrico Gherardi
Nello studio delle religioni della preistoria alcuni addetti ai lavori hanno notato come nell'umanità primordiale fosse essenziale la distinzione tra i sessi e pure la distinzione degli uomini e delle donne in clan totemici, dove ciascun clan possedeva un animale totemico come simbolo e come progenitore. Cominciando dagli studi sull'umanità più arcaica, soprattutto sui suoi prodotti artistici e quindi culturali - unici indizi per elaborare teorie sulle forme della loro religiosità - possiamo prendere in considerazione il testo di Leroi-Ghouran, "Le religioni della preistoria", dove l'autore ed illustre scienziato ha esaminato i dipinti ed i graffiti delle grotte, risalenti al paleolitico superiore, classificandoli in simboli maschili ( il cervo e il cavallo, anche se quest'ultimo più tardo nelle rappresentazioni pittoriche, e la lancia o altre armi da getto, simili all'organo maschile ) e femminili ( il bufalo e altri bovidi, nonché la ferita provocata dall'arma da getto su di loro, simile all'organo femminile ).
Anche altri studiosi sono giunti a rilevare l'importanza della distinzione sessuale, nell'appartenenza all'estesa varietà dei totem, esaminando però le popolazioni selvagge attuali ( il termine "selvaggio" della lingua italiana può risultare purtroppo dispregiativo e non rendere giustizia all'evoluto e complesso pensiero religioso di tali popolazioni. Molto meglio il termine tedesco naturvolker, cioè popoli naturali ). Da non trascurare perciò il testo di Durkheim e Mauss, "Le origini dei poteri magici", opera di antropologia sul campo, che, nonostante si possa considerare superata, vista l'epoca di tale studio, dà illuminanti rivelazioni per quanto riguarda il totemismo primitivo. Soprattutto si resta stupefatti se si considera che in molteplici zone del pianeta e presso popolazioni lontanissime fra loro, la struttura del villaggio - e quindi poi della città - era divisa in settori - quartieri oggi - dove ciascuno aveva un totem differente che dava ai propri abitanti peculiari caratteristiche. Ad esempio, nello studio degli indigeni australi, spesso le tende, o abitazioni, poste nel settore nord del villaggio erano abitate da persone appartenenti al totem del corvo, il colore loro associato era il nero, l'attività a cui erano predisposti era la guerra, il periodo: la notte o l'inverno… A est si disponevano quelli addetti alla medicina, alle erbe, il colore era il verde… A sud il totem era il pappagallo, il colore il rosso, l'attività soggetta ai loro sciamani era l'agricoltura… E così via. A volte non v'era la divisione solamente nei quattro punti cardinali, ma in otto o dodici o più settori e totem, comprendenti anche il sopra e il sotto, di colore viola e multicolore, nonché il centro, di colore giallo… In una moltiplicazione continua di totem che discendevano da altri più antichi, dovuta, secondo gli autori, ad una naturale generazione di totem dai pochi originari, che poi suddividevano anche il villaggio e la tribù.
Insomma, è facile ed intuitivo, secondo il mio modesto punto di vista, notare un parallelo fra una simile generazione di totem e la genealogia delle divinità politeistiche, dove, nelle più antiche teogonie, si origina il tutto da una sola dea, spesso femmina, la Notte fra i greci, fecondata da Erebo, che partorirà l'uovo primordiale che darà Gea e Urano, e via via tutti gli altri Titani e Dei olimpici. Nel politeismo si nota già un'involuzione dal totemismo primitivo, dove ogni totem era veramente un animale od una pianta sacra ( da non confondere con un'antropologia errata, che considerava sacri tutti gli animali o le piante appartenenti a quel totem, mentre, leggendo testi più recenti di Castaneda o Metraux, si intuisce che era la divinità che sceglieva d'incarnarsi in un animale o pianta specifica, senza impersonarsi in tutti gli appartenenti a quel genere ), mentre nel politeismo tali divinità si antropomorfizzano. E così vediamo Zeus, che era in origine un'aquila, spirito del cielo e del tuono, diventare un uomo barbuto con al proprio fianco un'aquila sempre più piccola, fino a diventare un aquilotto… O Athena, la dea civetta, simbolo e nome di Atene, che si trasforma in una donna, prima con gli occhi da civetta, poi pienamente umana… E pur in questa involuzione e distacco dal totemismo originario, notiamo che le città conservano i loro totem, così come le città stato sumere e accadiche, con il loro dio particolare, oppure la già citata Atene con la civetta, o Roma con la Lupa ( anch'essa femmina… ), e altre città moderne - Berna o Berlino con l'orsa ( dal celtico ber )-
Perché una femmina?
Come dice Don Juan, rivolto a Carlos Castaneda: "…L'universo è femminile, così come ogni alleato o spirito dell'altro mondo…" Anche le rappresentazioni religiose più antiche, pensiamo alle veneri gravettiane - e il gravettiano è un periodo di un'industria preistorica che risale a 20.000 e anche oltre i 30.000 anni fa - cioè a statuette grossolane ma che ben riflettono la cultura religiosa di un Homo sapiens antico, non mostrano altro che immagini femminili. Cioè il principio divino che sorreggeva tutto il pensiero e possiamo dire la società primitiva, era un principio divino femminile. Non c'erano profeti o Dei creatori maschili. Non un dio unico e maschio. Ma la Dea natura, la Dea Madre - lei sì creatrice, naturalmente! -
Se si legge il bellissimo libro di Propp, "Le radici storiche dei racconti di fate", una dettagliata analisi di tutte le fiabe - soprattutto russe, ma vi si possono vedere riflessi l'intreccio dei nostri e di innumerevoli racconti popolari, nonché le trame di ogni romanzo e film moderno ( il rapimento della principessa, la partenza dell'eroe, la sfida col drago o con la strega - il cattivo di turno - l'aiuto di compagni animali o un po’ folli, la battaglia finale e alla fine… vissero felici e contenti - ovvero il matrimonio ), se si legge tale libro, dicevo, si resta stupiti dalla rivelazione che ciò che resta dei miti antichi, in cui l'eroe era un semidio, un progenitore, e il mostro non era poi così cattivo, dato che era il totem, sono le fiabe. E la strega era in origine la sacerdotessa che trasformava l'eroe in animale totemico ( l'individuazione junghiana, ovvero l'iniziazione del giovane guerriero, che diventa adulto quando acquisisce il totem - il cognome - e si sposa - matrimonio finale ). Il cognome era infatti di derivazione femminile, dato che in tutto il pianeta ( dico: TUTTO, parola di antropologo) era governato da un matriarcato, non nel senso che comandassero le donne, ma il principio divino era femminile. Impensabile, ed inimmaginabile una società tale, per noi! Ancora oggi in alcune popolazioni totemiche dell'Indonesia il maschio che si sposa entra nel clan della moglie, cioè ne acquisisce il totem ( è come prenderne il "cognome". ).
Ma torniamo a Propp e alle fiabe, pallido ricordo di un mito - e quindi di un rito! Faccio l'esempio di "Cappuccetto rosso". In origine rappresentava il rito iniziatico a cui erano sottoposte le fanciulle nel passaggio allo stato adulto. Infatti ha il cappuccio rosso in testa, copricapo degli iniziandi che dovevano coprire la capigliatura - vedi le suore - o addirittura toglierla con la tonsura - vedi i monaci orientali e i frati - simbolo di una nuova vita. Ha un cesto di doni mangerecci - le offerte agli spiriti! Poi entra nel bosco, luogo magico per antonomasia, dove gli iniziandi erano portati dagli sciamani, i vecchi del villaggio, i "nonni" - una nonna per una fanciulla! Infatti non è il lupo che mangia la nonna e si traveste da lei per mangiar poi la nipote, - che sciocchezza, perché mai un lupo dovrebbe mangiare una ragazza dopo che ha mangiato un'altra donna? - al contrario! La castigata cultura che ha cancellato il totemismo e lo sciamanismo, - soprattutto la morale cristiana - non poteva ammettere che in realtà il lupo, anzi, la Lupa è la stessa nonna, che deve iniziare la nipote al totem della famiglia o della tribù, e la fanciulla, per poter diventare adulta, deve diventare anch'essa una lupa, ed essere inghiottita dal totem, morire nel totem - la prima morte. E' la nonna che mangia la nipote. L'aggiunta successiva dell'arrivo del boscaiolo che uccide il lupo e salva le due donne è chiarissimamente una tarda e penosa manipolazione che non ha nulla da spartire col resto del racconto.
Anche leggendo "Il ramo d'oro" di Frazer, si nota questa relazione, potremmo dire planetaria, fra tutte le culture indigene del mondo, nonché - anche se è ritenuto azzardato dirlo, ma amo sbilanciarmi - fra queste e quelle arcaiche, visto che non abbiamo altri termini di paragone. Ma pure nello studio di Jung e di Kereny, "Prolegomeni allo studio scientifico della mitologia", si evince l'importanza di una grande Dea originaria, e delle origini sciamaniche e totemiche di un politeismo sempre più involuto, che giunge sempre più ad assomigliare ad un monoteismo antropomorfico. Ma dentro di noi resta sempre, anche se relegata nell'inconscio, l'intera congerie del politeismo primitivo, come dice J. Hillmann, psicanalista junghiano, ne "La vana fuga dagli dei". Gli sciamani divengono sacerdoti di qualche divinità antropomorfa, pur conservando il termine pontefice, colui che fa da ponte fra gli dei e gli uomini. Però gli sciamani lo erano veramente questo ponte, tramite i loro viaggi fuori dal corpo fisico, correndo e volando sul rullo dei tamburi e dei cimbali. Che viaggi fanno i pontefici d'oggi per comunicare con gli dei?
Spesso gli sciamani si vestivano da donna, addirittura erano omosessuali - vedi M.Eliade "Lo sciamanismo e le tecniche dell'estasi" - ed erano le personalità più importanti della tribù. Meditiamo cosa si pensa oggi al solo nominare l'omosessualità. Che differenza culturale! Il monoteismo invece ci ha vergognosamente resi innaturali. Chi non ha ammirato il bellissimo film "Il piccolo grande uomo, con D. Hoffman, dove l'omosessuale del villaggio è tranquillamente tollerato, oppure ricordiamo l'uomo-contrario, quello che diceva addio quando arrivava e salutava quando partiva, salendo sul cavallo al contrario. Che società libera da pregiudizi, no? Un bel ritratto di un primitivismo non ancora strutturato in schemi paradossali e disumani. Ma torniamo agli sciamani. Perché si vestivano da donna? E perché questo mondo ultraterreno dominato dalle streghe? - sarebbe meglio dire sciamane, ovviamente, ma io intendo streghe in senso positivo, notturno, appunto.- Proprio perché è la femmina ad aver le qualità del pontefice, ed è lei che può facilmente comunicare con la Dea ( le varie Sibille e soprattutto la Pizia , che non era la voce di Apollo in origine, ma della Dea-serpente Delfine, la dragonessa . Poi sono arrivati gli indoeuropei ellenici, maschilisti… e ci hanno messo Apollo ).
Sì, all'inizio dominava il principio divino femminile, in tutto il mondo. E se ne vedono ancora tracce persino nei popoli più maschilisti, fra cui i germani e i giapponesi. In Giappone la dea dello Shinto più importante è Amaterasu, la Dea del sole. Origine della stirpe imperiale, infatti per poter diventare imperatore anche il moderno principe deve giacere …una notte con la dea del sole. In un rituale misterioso, ovviamente. Comunque ciò ci dice che la regalità deriva dalla femmina, altrimenti… niente imperatore. Ed anche in Germania, dove i popoli ariani che arrivarono tenevano sicuramente le donne non in gran conto (solo gli uomini danzavano, guerreggiavano e facevano i sacerdoti), il sole è femminile - die Sonne - e la luna maschile - der Mond. E persino tra gli ebrei ti puoi considerare ebreo solo se lo è almeno la madre.
Comunque era ovunque questa divinità tellurica che governava le coscienze degli uomini, Demetra - ovvero Dea mater -, Artemide, persino l'Erinni, o la tremenda Empusa, la Sfinge , o la più antica Dea Notte. Poi, circa diecimila anni fa, i maschi hanno preso il potere e ribaltato il principio divino, facendo sposare le antiche dee con i nuovi dei del cielo, più solari e guerrafondai. Zeus, da dio come tutti gli altri, comincia ad assurgere ad un ruolo di Padre degli dei, pur non essendo tale, e viene spesso trasformato in Dio Padre - Jus Pater, Juppiter - preparando il terreno al Dio maschile del monoteismo.
Dan Brown è stato vergognosamente attaccato, persino in modo indegno per dei programmi televisivi che dovrebbero prevedere il "diritto di replica". Ma questo è il mondo moderno, univoco, a quanto pare… E tutto questo attacco per un romanzo, che sicuramente stravolge la realtà, come del resto fanno i romanzi, perché immagina che Gesù abbia avuto una progenie (per di più femminile, brrrr…). L'attacco più feroce è stato naturalmente quello inferto dei difensori della Chiesa - neppure dalla Chiesa - mentre, sempre secondo il mio modesto parere, il messaggio più interessante si trova proprio nelle prime pagine del libro di Dan Brown ( dato che, non essendo cristiano, a me non interessa per niente la supposta relazione di Gesù con Maria Maddalena ), e soprattutto quando viene rivelata - finalmente!!! Qualcuno che ha il coraggio di dirlo - l'esistenza di un arcaico principio divino femminile. Ciò è molto più importante di tutto il resto, e tra l'altro qui l'autore dice il vero quando parla del simbolo di Venere e della Dea primordiale. E probabilmente sono proprio queste poche righe che inconsciamente hanno colpito milioni di lettori di tutto il mondo, facendo risuonare dentro di loro un'arcana ma profonda verità, finora solo sospettata.
L'Universo è femmina, come disse Don Juan, da consumato sciamano qual era. E, aggiungo io, se c'è un dio creatore, sicuramente non è un maschio!
----------------------------------------------------------------------------Scritto dal dott. Simone Scala
pubblicato il 09 ottobre 2008
Il 30 ottobre 2008 sciopero generale della scuola per l'intera giornata 09-10-2008
La proclamazione dello sciopero generale della scuola per il giorno 30 ottobre 2008, con una grande manifestazione nazionale a Roma, decisa unitariamente da tutte le Organizzazioni sindacali, è la risposta all'arroganza del Governo e della Ministra Gelmini che con le loro scelte stanno distruggendo l'intero settore della Conoscenza pubblica.
L'utilizzo dei decreti, il voto di fiducia alla Camera sul DL 137/08, e l'assenza di qualsiasi tavolo di confronto con le Organizzazioni Sindacali sono figli di un'idea autoritaria di società e di istruzione e hanno l'evidente intento di indebolire la funzione del sindacato confederale.
Per ragioni esclusivamente economiche si demolisce la nostra Costituzione che ha proprio nella scuola pubblica, aperta a tutti, uno dei suoi principi fondamentali.
La scuola, l'università e la ricerca sono, infatti, considerate dal governo un puro costo e le mistificazioni ideologiche della Gelmini servono solo a coprire i tagli di Tremonti.
Con queste politiche l'intero sistema dell'istruzione pubblica viene ricondotto ad una cultura aziendalista.
Le tante iniziative promosse sul territorio dai sindacati unitariamente, dagli studenti e dalle famiglie, evidenziano un vasto fronte di protesta, che tende ad allargarsi contro questo disegno regressivo.
Lo sciopero generale e la manifestazione nazionale hanno l'obiettivo di unificare quel vasto movimento per costringere il governo a rivedere le proprie scelte e ad aprire il confronto, necessario per contribuire ad elevare la qualità dell'intero sistema della conoscenza.
Roma, 9 ottobre 2008
La proclamazione dello sciopero generale della scuola per il giorno 30 ottobre 2008, con una grande manifestazione nazionale a Roma, decisa unitariamente da tutte le Organizzazioni sindacali, è la risposta all'arroganza del Governo e della Ministra Gelmini che con le loro scelte stanno distruggendo l'intero settore della Conoscenza pubblica.
L'utilizzo dei decreti, il voto di fiducia alla Camera sul DL 137/08, e l'assenza di qualsiasi tavolo di confronto con le Organizzazioni Sindacali sono figli di un'idea autoritaria di società e di istruzione e hanno l'evidente intento di indebolire la funzione del sindacato confederale.
Per ragioni esclusivamente economiche si demolisce la nostra Costituzione che ha proprio nella scuola pubblica, aperta a tutti, uno dei suoi principi fondamentali.
La scuola, l'università e la ricerca sono, infatti, considerate dal governo un puro costo e le mistificazioni ideologiche della Gelmini servono solo a coprire i tagli di Tremonti.
Con queste politiche l'intero sistema dell'istruzione pubblica viene ricondotto ad una cultura aziendalista.
Le tante iniziative promosse sul territorio dai sindacati unitariamente, dagli studenti e dalle famiglie, evidenziano un vasto fronte di protesta, che tende ad allargarsi contro questo disegno regressivo.
Lo sciopero generale e la manifestazione nazionale hanno l'obiettivo di unificare quel vasto movimento per costringere il governo a rivedere le proprie scelte e ad aprire il confronto, necessario per contribuire ad elevare la qualità dell'intero sistema della conoscenza.
Roma, 9 ottobre 2008
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Scritto dall'autrice Gigliola Ferrucci
pubblicato il 07 ottobre 2008
I tesori nascosti
Ogni volta che un seminario finisce, rimango con quella strana sensazione di stupore appiccicata addosso come un vestito bagnato. Penso ad altro, lavoro su altre cose ma ogni tanto ritorno a sentire quell’euforia che lo stupore genera dentro di me. Eppure lo so, ogni volta si ripropone ma sembra sempre la prima volta! Di quale stupore sto parlando, vi chiederete voi, lettori ignari ed incuriositi, capitati per caso su questo articolo. Ebbene, parlo dello stupore che mi fa provare una profonda riconoscenza per il Creatore, ogni volta che mi accorgo di quanti tesori nascosti si possono trovare in ogni persona, solamente scavando un po’ oltre la maschera dei piccoli io. In veste di guida in viaggi iniziatici impossibili materialmente, accompagno i partecipanti della dubbiosa e spaurita combriccola, lungo vie inesplorate e piene di pericoli. Li accompagno, uno per uno, alle fatidiche DODICI PORTE SACRE e da lì proseguono da soli, all’inizio con molto timore ed una radicata diffidenza per il nuovo, poi sempre più sicuri e baldanzosi, guerreri della Luce finalmente ritrovati. La prima porta da varcare è sempre la più difficile, il viaggiatore si porta dietro un sacco pieno di dubbi, di paure e di disistima per se stesso e le proprie capacità percettive. Poi comincia a vedere qualcosa, si aprono scenari fantastici di fronte ai suoi occhi allibiti e comincia a lottare contro mostri antichi che non vogliono restiturire il maltolto. Al rientro le facce hanno già un’altra espressione, i dubbi sono sempre forti, le frasi ruotano sempre intorno a “ mi sono inventato tutto!”, ma qualcosa si è mosso. Hanno tutti cominciato a scoprire che aldilà dell’ordinaria coscienza di veglia, esiste qualcosa di molto più interessante e tutti quei tesori dimenticati o trafugati da chissà quale trauma della passata esistenza, ritornano finalmente nelle proprie mani. Il viaggio continua e tutti insieme varchiamo la Quarta Porta, un cunicolo buio attende i viaggiatori che sono costretti a calarsi giù con un corda legata alla vita. Le vertigini del vuoto spaventano i più sensibili, mentre gli altri continuano a pensare “ è un parto della mia fantasia!”. Uno stretto passaggio ci porta in territori stranieri e soprattutto lontani nel tempo, altre vite, altre situazioni, sempre drammatiche e nelle quali è necessario imporre la propria volontà per riprendersi i talenti rubati, ma tutti i viaggiatori tornano felici di aver compiuto l’impresa, qualcuno magari scoppia a piangere per l’emozione a lungo trattenuta, altri pensano di aver dormito e sognato, altri ancora hanno una luce trionfante negli occhi. Ed il viaggio continua, come guida accompagno e lascio ad ognuno il proprio viaggio interiore, quando è il momento di rientrare li chiamo, raduno il gruppo e li riporto indietro, alla nostra base sicura, giù nella Stanza Tonda e poi alla coscienza ordinaria. E rimango ad ascoltare i racconti di viaggio con uno stupore ed un senso di ringraziamento nell’animo che mi pervade interamente. Quanta bellezza c’è dentro ognuno di loro! Quanti tesori nascosti che non pensavano assolutamente di avere! Io ringrazio tutti i partecipanti per le esperienze meravigliose che mi regalano ed ho una grande speranza: che tutti quei tesori finalmente rivelati alla coscienza diventino per loro talenti da far fruttare nella vita ordinaria.
Scritto dal dott. Simone Scala
pubblicato il 30 settembre 2008
5 ottobre 2008 - "Giornata Mondiale degli insegnanti"
La giornata mondiale degli insegnanti è celebrata per rendere omaggio al ruolo essenziale che i docenti svolgono dispensando ai bambini, ai giovani ed agli adulti un'istruzione pertinente ed adeguata. Numerosi paesi, tuttavia, soffrono per una grave penuria di insegnanti; se si vuole realizzare l'insegnamento elementare universale entro il 2015 sono necessari, nel mondo, 2 milioni di nuovi posti e 18 milioni di insegnanti in più degli attuali. Per alcuni paesi, queste cifre rappresenterebbero un aumento di oltre il 280% del corpo insegnante.
Un numero ancora più importante di insegnanti sarà richiesto per garantire l'insegnamento secondario, superiore, tecnico e professionale, o anche l'istruzione non formale. Queste cifre saranno ancora più elevate se si vuole che tutti gli insegnanti dispongono di una qualificazione completa ed adeguata ai livelli d'insegnamento di cui sono incaricati ed alle materie che insegnano.
Anche dove il numero globale degli insegnanti è sufficiente, alcune zone isolate e svantaggiate possono, nel mondo, essere di fronte a problemi pesanti per l'assunzione e il mantenimento degli insegnanti. Questa penuria di insegnanti qualificati è uno delle più grandi sfide da raccogliere per raggiungere gli obiettivi dell'istruzione per tutti (EPT).
Il corpo docente, inoltre, è di fronte alla sfida che consiste nel dispensare una istruzione di qualità che risponda alle nuove esigenze del XXI secolo.
Le necessità economiche, sociali, scientifiche e tecnologiche, i problemi di sviluppo duraturo e della riduzione della povertà e le questioni ad essa inerenti - cioè quelle di un lavoro rispettabile per tutti, dell'epidemia dell'AIDS e della violenza nell'ambiente scolastico - hanno un'incidenza crescente sulla professione.
Il fatto che le donne rappresentino la maggioranza del corpo insegnante nel primario e che siano spesso coinvolte in modo sproporzionato da questi problemi ne accentua ancora l'incidenza potenziale.
D'altra parte, i progressi in direzione dell'istruzione per tutti, ed in particolare verso l'insegnamento elementare universale, si riverberano verso una popolazione di studenti sempre più differenziata; ciò ha conseguenze per l'istruzione e per gli insegnanti.
Dinanzi ad attese così elevate, i docenti medesimi si sentono spesso sottovalutati, insufficientemente sostenuti e scarsamente formati professionalmente per fare fronte alle realtà dell'ambiente nel quale lavorano.
Reclutamento più selettivo, una formazione completa ed adeguata degli insegnanti, un contratto ben definito, salari e premi che sostengano vantaggiosamente il raffronto con quelli delle altre professioni che esigono uno stesso livello di qualificazione, migliori condizioni di lavoro e di vita, un sostegno professionale permanente e possibilità d'evoluzione di carriera sono altrettanti elementi essenziali per riuscire a raccogliere le nuove sfide.
Le raccomandazioni OIT/UNESCO del 1966 riguardante la condizione del personale insegnante e quella relativa ai docenti delle scuole secondarie superiori adottata dall'UNESCO nel 1997 forniscono orientamenti dettagliati per un insieme di politiche, di diritti ed di responsabilità che riguardano gli insegnanti tutti. Sono dunque, a questo titolo, la base di politiche e di pratiche nazionali anticipatrici che permetteranno di costituire il corpo docente professionale del XXI secolo.
Le politiche relative agli insegnanti a livello nazionale devono essere coerenti con i quadri mondiali e regionali esistenti, per contribuire a garantire la qualità, ad identificare punti di riferimento in previsione di una più grande armonizzazione - in un contesto d'emigrazione e di mobilità internazionali crescenti degli insegnanti - e migliorare lo statuto e le condizioni di lavoro degli insegnanti medesimi.
Dette politiche devono anche essere servire sia a ridurre la povertà sia a migliorare il sistema scolastico/formativo. È importante che le politiche relative agli insegnanti siano fermamente ancorate nei contesti locali e nazionali, che siano fondate su fatti e che siano realistiche, per facilitare l'assunzione ed il mantenimento di un corpo docente efficace ed abbastanza numeroso. Devono tener conto dei risultati della ricerca e le sue implicazioni a tutti i livelli, come pure le capacità in termini di finanziamento, gestione e prospettiva economica sul piano nazionale.
Raggiungere il punto di riferimento degli anni 1990, che fissava al 6% la parte del PIL da investire nell'istruzione, sarebbe benvenuto per molti sistemi nazionali che soffrono per un finanziamento insufficiente.
Un ordine di priorità deve inoltre essere stabilito per i progetti e le politiche, che devono anche disporre dei finanziamenti e dell'elasticità necessari per rispondere all'evoluzione delle esigenze. Ad esempio, se il modello tradizionale fondato sull'insegnamento superiore non permette di fornire a tempo debito un numero sufficiente di insegnanti, approcci innovativi potrebbero essere adottati in materia di formazione dei docenti, senza che sia messa in pericolo la qualità.
Nel corso del processo d'elaborazione delle politiche, è essenziale garantire il dialogo sociale tra i destinatari, in particolare le istanze decisionali, gli insegnanti e le loro organizzazioni. Detto dialogo sociale contribuirà a creare un consenso ed una sensazione d'appropriazione a livello nazionale in previsione di un'attuazione più efficace di politiche relative agli insegnanti.
La questione è evocata nelle raccomandazioni del OIT/UNESCO e dell'UNESCO. Numerosi sforzi sono già stati programmati per rafforzare la capacità - che deve ancora intensificarsi - dei principali destinatari di partecipare all'elaborazione delle politiche educative.
La giornata mondiale degli insegnanti è l'occasione di celebrare i docenti del mondo intero, in tutti i paesi, in tutte le città ed in tutti i villaggi.
Si deve affermare la necessità di fare in modo che il ruolo degli insegnanti nella realizzazione di un'istruzione di qualità per tutti sia chiaramente definito ed espresso in politiche che incoraggino la costituzione di un corpo docente motivato, stimato e efficace.
In questo "giornata mondiale degli insegnanti", un sentito ringraziamento a loro ed una indubbia proclamazione: GLI INSEGNANTI CONTANO!
UNESCO - Organisation des Nations Unies 'our l'éducation, la science et la culture
UNICEF - United Nations Children's Fund
IE - Internationale de l'Education
PNUD - Programme des Nations Unies pour le développement
OIT - Organisation Internationale du Travail
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Scritto dal dott. Paolo Francesco Steri pubblicato il 30 settembre 2008
La crisi del rapporto medico paziente
Il problema etico in medicina sta assumendo un ruolo di primo piano in un universo sanitario complesso come quello che stiamo vivendo. L’ammalato come persona umana va considerato come il protagonista assoluto dell’atto medico, in quanto il sanitario ha il compito fondamentale di prendersi cura dell’ammalato, non di curare la malattia od il sintomo. Il sintomo e quindi, se c’è la malattia, sono percepiti con angoscia dall’ammalato, o da chi si crede tale, perciò il primo compito del medico è di alleviare per quanto possibile lo stato d’animo di impotenza del proprio assistito. Al giorno d’oggi stiamo assistendo ad un fenomeno quanto meno preoccupante: a fronte dell’affinarsi degli strumenti diagnostici e terapeutici, vi è un inaccettabile deterioramento del rapporto medico paziente, fino alla condizione di conflittualità che si concretizza nel sospetto. Oggi si chiede al medico di adeguare sempre più le sue conoscenze ai progressi tecnologici del sapere medico, ma la fiducia nel suo operato ha subito un colpo durissimo. E’ innegabile che attualmente nella realtà mondiale si registra una crisi dello stato sociale, la contestazione giovanile degli anni sessanta ha determinato una visione antiautoritaria ed antipaternalistica del tessuto sociale che mina alle radici l’immagine del medico quale garante della salute. Eppure innegabilmente si percepisce l’esigenza di tornare a quella concezione della medicina, di ritrovare il contatto umano con il proprio medico, a cominciare dall’atto medico più semplice: la visita. Oggi purtroppo si tende a sottovalutare l’importanza della raccolta di una buona storia clinica o anamnesi di una buona vista o esame obiettivo a letto dell’ammalato, ma sono questi i momenti che permettono il consolidarsi del rapporto medico paziente. L’incertezza del medico di fronte all’immane mole di conoscenze tecnico-scientifiche dello scibile medico, si traduce sempre più nella necessità di chiedere indagini spesso alla cieca, senza neanche concentrare concretamente la propria attenzione su uno specifico problema diagnostico. Non bisogna permettere che i macchinari diagnostici, per quanto affidabili e precisi si sostituiscano alla mente diagnostica del medico e rendano l’approccio all’ammalato in accettabilmente freddo e distaccato. L’ammalato dal canto suo deve capire che non è tanto questo o quell’altro esame diagnostico a influenzare il giudizio critico del medico, quanto la sua preparazione culturale che conserva, malgrado il progresso tecnologico la sua enorme importanza. Relegare al medico ed in specie al medico di famiglia, il compito ingrato di prescrivere indagini in modo acritico, significa negare ogni possibilità di istaurare un rapporto medico-paziente. L’eccessiva specializzazione delle branche mediche ha determinato un’inaccettabile frammentazione della medicina a grave nocumento del rapporto medico paziente. La figura prioritaria del medico di famiglia che dovrebbe essere il riferimento assoluto ed il coordinatore delle varie scelte specialistiche, è stata ridotta ad un inaccettabile ruolo passivo. Il medico che scrive le ricette e’ visto sempre più come un medico di seconda categoria, inaffidabile ed inesperto, mentre l’affinamento tecnologico ha reso inaccettabile l’errore medico. Dal sanitario, oggi si pretendono risposte precise che uccidono il rapporto-medico paziente basato sulla fiducia, sulla reciproca comprensione. Si crede che la macchina possa essere perfetta, mentre l’uomo no, per questa ragione il paziente sa molte volte ancor prima che il medico gli prescriva un’indagine, quale richiedere. Spesso è più importante l’opinione della Signora della porta accanto che quella del medico di fiducia. Si consultano specialisti perché chi conosciamo ci è andato e si è trovato bene, trascurando troppo spesso l’opinione del medico di famiglia. L’urbanizzazione dell’universo agreste, inoltre ha determinato il tramonto della figura del medico condotto, visto come amico, quasi come un missionario. E’ prioritario recuperare la figura del medico di una volta impegnato in un contatto importante con il proprio paziente, fondato sulla stima, sul rispetto e la fiducia, ricondurre la medicina ad una visione globale a sostegno ed integrazione delle singole specialità, restituire agli atti medici semplici come il colloquio e la vista la loro giusta priorità su qualsiasi indagine diagnostica.
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Scritto dal dott. Paolo Francesco Steri
pubblicato il 26 settembre 2008
Aborto
Il termine descrive in prima istanza un concetto di natura medico-legale:
1) L’interruzione spontanea della gravidanza o aborto spontaneo, se avviene per cause naturali indipendenti dalla volontà della partoriente.
2) L’interruzione volontaria della gravidanza o aborto provocato, se avviene per cause artificiali. In questo caso l’interruzione di gravidanza può essere lecita nel caso avvenga sotto la tutela della legge o clandestina, nel caso avvenga fuori di questa.
Dal punto di vista scientifico il punto fondamentale è definire l’epoca gestazionale sotto la quale si può parlare d’interruzione di gravidanza. La definizione medico-legale d’aborto spontaneo è semplice, ma non assoluta: tutte le interruzioni di gravidanza che avvengono entro il 180° giorno di amenorrea, ovvero di assenza del ciclo mestruale. La medicina considera ora tale definizione come superata, e preferisce indicare come aborto l'interruzione della gravidanza in cui il feto vitale (in utero) non abbia raggiunto un peso minimo di 500 grammi all'atto dell'espulsione naturale per via vaginale o estrazione dal corpo della donna (parto cesario),
oppure nel caso il peso non sia noto, che non abbia raggiunto la 22a settimana di gestazione o in alternativa l'altezza di 25 cm. Si parla invece di parto prematuro o nascita pretermine nel caso di un parto che si verifichi prima della 37a settimana di gestazione compiuta. Attualmente l’aborto volontario è considerato come un intervento ostetrico perfettamente legale anche se moralmente e religiosamente dubbio. Solo in due paesi europei è considerato un gesto illegale al di là di considerazioni etico-religiose:
1) Irlanda
2) Malta
Nei paesi in cui i diritti dell’uomo sono garantiti l'aborto volontario è ritenuto legittimo in alcune precise evenienze:
1) In presenza di gravi malformazioni fetali che pregiudicherebbero gravemente la sopravvivenza e la qualità della vita del nascituro.
2) Nel caso il proseguimento della gravidanza rappresenti un grave pericolo per la salute della madre.
3) Nel caso in cui il concepimento sia avvenuto in seguito ad una violenza carnale
Nei paesi in cui i diritti dell’uomo non sono garantiti, l’aborto può essere imposto alla donna, soprattutto in contesti patriarcali in cui sono accettati solo figli maschi.
La legislazione italiana stabilisce che l’interruzione volontaria di gravidanza è un gesto legale dal Maggio del 1978 quando fu approvata la legge n 194. Nel 1975, tre anni prima l’approvazione della legge n 194 i mass media rivolsero la loro attenzione al problema dell’aborto dopo l’arresto della radicale Emma Bonino che si era autodenunciata per aver praticato aborti clandestini. Il leader radicale Marco Pannella in accordo con il CISA (Centro Informazioni Sterilizzazioni Aborti) fondava in Firenze il primo ambulatorio per la pratica dell’aborto. Il 5 Febbraio di quello stesso anno fu indetto un Referendum onde chiedere l’abrogazione della legge contro l’aborto, furono raccolte ben 700.000 firme.
La legge n 194 consta di 12 articoli.
L’articolo n 1, in particolare stabilisce che l’aborto volontario non è una metodica di controllo delle nascite come la contraccezione. Le metodiche di controllo delle nascite rappresentano uno stadio del problema precedente all’aborto nel senso che l’adozione di una buona metodica contraccettiva impedirebbe quanto meno il ricorso all’aborto, ma è difficile, anche in questo caso definire cosa sia moralmente lecito. Molte coppie usano come unica misura anticoncezionale il coito interrotto, ovvero l’interruzione volontaria del rapporto sessuale prima dell’eiaculazione metodica notoriamente inefficace o quantomeno insicura. Vi è a questo proposito una scarsa educazione delle coppie sull’argomento che purtroppo ancor oggi è considerato quale un tabù morale. Dopo l’aborto, la donna dovrebbe essere indirizzata alla metodica anticoncezionale più sicura onde evitare gravidanze indesiderate e ricorrere nuovamente all’interruzione di gravidanza.
L'art. 2 della legge 194 è relativo alla funzione dei consultori, che nei riguardi della gravida hanno il dovere di: informarla sui diritti garantitigli dalla legge e sui servizi di cui può usufruire; informarla sui diritti delle gestanti in materia laborale; suggerire agli enti locali soluzioni a maternità che creino problemi; contribuire a far superare le cause che possono portare all'interruzione della gravidanza.
Nei primi novanta giorni di gravidanza il ricorso alla Interruzione Volontaria di Gravidanza è permesso alla donna quando
circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito (art. 4).
La Interruzione Volontaria di Gravidanza è permessa dalla legge anche dopo i primi novanta giorni di gravidanza (art. 6):
quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna;
quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna.
Dal punto di vista bioetico bisogna definire alcuni concetti fondamentali:
1) I limiti morali e biologici del cosiddetto rispetto dell’embrione
2) La liceità delle varie metodiche anticoncezionale concepite come limitazione all’aborto volontario.
3) I limiti etici del libero esercizio della sessualità quale diritto della persona umana, quale dimensione dell’esistenza umana che non ha solo fini procreativi ed impedisce di vedere la donna come una "macchina" per produrre nuovi esseri umani.
Per quanto riguarda il primo aspetto che costituisce il limite naturale alla pratica dell’aborto volontario l’antropologia cattolica stabilisce che la vita è un dono di cui solo Dio può disporre, in altri termini per la chiesa, la vita è qualcosa d’indispensabile e quindi d’irrinunciabile perchè frutto della volontà divina. La riflessione morale della Chiesa si pone come freno all’influenza del potere scientifico e tecnologico sulla vita umana, definisce la responsabilità della scienza rispetto alla sacralità della vita quale dono divino, gratuito ed inalienabile.
Le due encicliche che denunziano l’illiceità del dominio scientifico sulla vita sono:
1) L’Humanae Vitae
2) La Donum Vitae
Per l’etica cattolica, la scienza non può ne interrompere la vita quale realtà gestazionale ne manipolarla, in alcun modo riferendosi nel primo caso all’aborto, nel secondo alla procreazione assistita. L’aborto rappresenta l’interruzione della vita amniotica frutto del concepimento, la procreazione assistita, l’inaccettabile svalutazione morale del concepimento stesso, visto come momento culminante dell’amore di coppia. In entrambi i casi si controlla in maniera abusiva un ciclo vitale, l’incontro delle cellule germinali nel primo, lo sviluppo della vita amniotica nel secondo. Non è consentita alcuna manipolazione sull’embrione che non sia a finalità terapeutica. La chiesa ha dei precisi doveri morali a riguardo e questo è innegabile.
Da un punto di vista biologico il concepimento è l’incontro (fecondazione) delle due cellule sessuali o gameti, che avvenga per via naturale o procreazione assistita, lo spermatozoo e l’ovocita. La differenza tra Embrione e Feto risiede invece nella determinazione delle caratteristiche della specie:
1) La medicina stabilisce che l’embrione è vivo fin dalla segmentazione (mitosi) della cellula uovo (ovocita) o blastogenesi.
2) Il Feto non è che l’embrione che assume le caratteristiche proprie della specie umana (fenotipo umano).
3) Nel concepimento avviene l’incontro di due diversi patrimoni genetici che daranno vita ad un nuovo patrimonio genetico (genoma) che si manterrà fino alla morte naturale del nuovo essere.
Viene da se che la nuova vita inizia con il concepimento anche se l’individualità della specie inizia nella formazione del feto. Quindi da un punto di vista prettamente etico non è lecito interrompere la vita dal concepimento in poi, ne manipolare a fini non terapeutici l’embrione. Da un punto di vista giuridico la sentenza n 27 della Corte Costituzionale del 18 Febbraio 1975 riconosce che la "tutela del concepito ha fondamento costituzionale", ma l’interruzione di gravidanza è consentita per gravi motivazioni.
Concludendo la pratica dell’aborto volontario ha chiari limiti morali dettati da considerazioni inoppugnabili di ordine biologico e genetico, la decisione è quindi un atto moralmente grave che deve essere motivato da ragioni che rientrano nei parametri stabiliti dalla legge 194.
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Scritto dall'autrice Gigliola Ferrucci
pubblicato il 25 settembre 2008
3, 7, 12 : I numeri dell’espressione divina
La legge del Tre o Ternario rappresenta la prima espressione esteriore della Divinità concentrata in se stessa, il numero Uno, l’inizio e Principio di ogni manifestazione. Mentre il due rappresenta il movimento dell’eterno divenire in cui i due opposti si inseguono alternandosi senza posa, per raggiungere un equilibrio è necessario che il terzo fattore entri nel gioco e stabilizzi la nuova creazione. Come le tre forze attiva, passiva e neutra danno vita ad ogni fenomeno visibile, così le tre forze spirituali presenti in ogni grande religione collaborano per manifestare i mondi inferiori. Nella tradizione cabbalistica troviamo le tre sephiroth superne : Kether, Chockmah e Binah e le tre lettere madri dell’alfabeto ebraico; nella religione cattolica queste forze sono incarnate da Padre, Figlio e Spirito Santo mentre nell’Induismo abbiamo Krisna, Vishnu e Shiva. Così il Tre è collegato al piano divino, rappresenta la prima legge manifestata sulla quale è basata tutta la creazione ma è anche la prima legge da conoscere ed applicare nel lavoro interiore. La dualità può essere risolta nel ternario, ma questa risoluzione può avvenire attraverso la sintesi, cioè in un punto superiore ai due in conflitto, portando ad una cerazione di un ordine superiore. Oppure il terzo punto potrà essere trovato sullo stesso piano dando origine ad un compromesso nel quale la dualità iniziale trova una tregua temporanea. Come ultima possibilità avremo il miscuglio, cioè una risoluzione che si attua su un piano inferiore e che crea caos ed entropia. La legge del tre sul piano divino esprime la prima possibilità, così vediamo che Chokmah e Binah, maschile e femminile, attivo e passivo, si concentrano in un punto superiore, cioè Kether, dal quale nuovamente emanano quando la Divinità si appresta a creare sul piano inferiore. Nello stesso modo l’essere umano che deve trovare la propria fonte, il Sé e la Volontà dietro alla dualità apparente del mondo fisico, potrà cercare in un punto superiore, dove tutto è in potenza, nell’immobilità del silenzio interiore. Una volta trovato questo punto, potrà attingere da esso creatività e capacità con le quali manifestare nel piano fisico.
La legge del 7 o Settenario rappresenta la successiva diversificazione in bande di frequenza dell’energia Divina prodotta dal Ternario Superiore. L’Arcobaleno con i suoi 7 colori manifesta nel mondo visibile l’arco dell’Allenza tra Dio e gli uomini, cioè il suo modo di trasformarsi in onde vibrazionali capaci di stimolare il nostro essere nel profondo, obbligandoci a dare una risposta alle sue richieste vitali. Esso però rappresenta anche la porta attraverso la quale le anime scendono sul piano fisico rivestendosi di abiti eterici sempre più densi fino a diventare ciò che noi identifichiamo come essere umano. Come i colori si dividono in 7 fasce di frequenza, così il suono viene riconosciuto attraverso le vibrazioni delle 7 note principali e l’energia nell’essere umano scorre attraverso 7 chakras principali, connessi a dimensioni emotive, psicologiche e spirituali specifiche per ogni livello. Nell’Albero della Vita cabalistico, l’energia proveniente dal Ternario Superiore si riversa nelle 7 sephiroth inferiori, assorbendo ad ogni salto peculiarità specifiche, fino ad arrivare nel punto più basso, Malkuth il Regno, dove avverrà il massimo della fruttificazione materiale. Nell’alfabeto ebraico troviamo le 7 lettere doppie, cioè lettere che possono essere pronunciate in due modi diversi, mentre nel sistema solare troviamo 7 pianeti, Saturno, Giove, Marte, Sole, Venere, Mercurio e Luna, i quali visti da una prospettiva esclusivamente terreste ed antropocentrica, incamerano l’energia del Logos e la riversano, differenziandola, sulla Terra. Questa energia divina così assume colorazioni diverse e viene trasmessa al genere umano, attraverso l’influenza che questi pianeti esercitano sulla nostra atmosfera terrestre. Nello stesso momento però l’essere umano invia la propria energia, più o meno sottilizzata, nell’Universo ed essa tornerà alla Sorgente attraverso le varie stazioni che gravitano nello spazio, cioè i pianeti. Nel lavoro interiore, il 7 rappresenta un percorso di 7 scalini vibrazionali diversi che porterebbe a sviluppare qualità sempre più ampie e creative, ma come nella scala musicale esistono due punti in cui il salto di frequenza è più ampio, così nell’essere umano esistono due passaggi di particolare importanza che possono far diventare il percorso una circonferenza chiusa o una spirale ascendente. Il primo di questi due salti particolari lo troviamo tra il 3° e 4° chakra, cioè quando dobbiamo affrontare il cambio di consapevolezza che ci porta da una visione personale, egocentrica e basata sugli istinti primari ad una più ampia, collettiva e transpersonale, rappresentata dal chakra cardiaco e dalla sephirah di Tiphareth. L’altro passaggio invece è posizionato tra il si ed il do dell’ottava successiva, cioè al 7° chakra, punto di passaggio tra la realtà umana e le dimensioni spirituali. Per poter studiare in maniera approfondita questi passaggi di ottava è necessario approfondire il tema dell’Enneagramma, così come è stato elaborato da G. J. Gurdjeff.
Il numero 12 ci porta subito alla mente i 12 apostoli, i 12 segni zodiacali, le 12 case astrologiche, le 12 tribù di Israele, le 12 fatiche di Ercole ed anche le 12 lettere semplici dell’alfabeto ebraico. E’un numero connesso principalmente con l’essere umano e con le tappe evolutive o prove da superare per ritornare alla Sorgente. Ognuno dei 12 apostoli o segni zodiacali, per esempio, rapprenta un’aspetto della natura umana, un campo di esperienza, un territorio da esplorare e nel quale ritrovare parti di sé perdute e dimenticate, necessarie per riacquistare integrità ed interezza. Dal punto di vista antropocentrico, la fascia zodiacale, composta appunto dalle dodici costellazioni, indica il cammino iniziatico attraverso il quale ritornare al Tre e da lì essere riassorbiti nell’Uno. Ogni apostolo aveva le proprie peculiarità, con talenti e difetti specifici con cui confrontarsi, così ognuno dei dodici segni zodiacali esalta alcune caratteristiche dell’animo umano, diminuendone altre. D’altronde rimanendo in campo numerico vediamo che il 12 è formato dalla moltiplicazione del Tre con il Quattro, cioè le forze divine superiori si uniscono ai quattro elementi inferiori per dare origine alle 12 vie di crescita ed espressione. Per alcuni studiosi la fascia zodiacale rappresenta un percorso da compiere durante varie esistenze, così chi nasce nell’Ariete sta iniziando un nuovo ciclo mentre chi nasce nel segno dei Pesci ha l’opportunità di terminare il percorso e riunirsi alla fonte, sempre che abbia pareggiato i propri debiti karmici. Può essere! Oppure può darsi che durante il percorso della propria esistenza, l’essere umano debba affrontare le dodici fatiche di Ercole per riuscire a sviluppare tutti i suoi sette corpi superiori e collegarsi così al Ternario superiore. Lasciamo spazio alle riflessioni personali, indispensabili strumenti per la crescita interiore.
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Scritto dal dott. Paolo Francesco Steri
pubblicato il 24 settembre 2008
L’arte del volo
La distinzione tra realtà visibile ed invisibile (noumeno) è stata una delle priorità del pensiero filosofico. Già i grandi pensatori greci avevano distinto la realtà somatica (corporea) da quella metafisica (anima) dell’essere umano. Aristotele concepiva la prima come materia, la seconda come forma, ovvero come ragione ultima del corpo. L’uomo a differenza delle creature del cielo, non possiede ali per volare, ma l’esigenza di "mettere ali" ed essere libero è connaturata nella sua essenza . Già Aristotele parlava delle cosiddette "intelligenze angeliche", creature superiori dall’aspetto umano, ma dotate di ali. Platone nei suoi dialoghi affermava che l’essere umano è in grado di mettere le ali qualora si volge con la mente ed il cuore a realtà superiori. Il mettere le ali, viene concepito da Platone come una sorta di malattia dello spirito e traduce questo nel "prurito" che tormenta la pelle quando iniziano a crescere le prime piume. Si tratta ovviamente di un linguaggio metaforico, di un’espressione mitica, in quanto il pensatore spesso si esprimeva attraverso miti, come per esempio, quello della caverna a tutti noto, ma il "mettere le ali" per volare è un evento interiore che sconvolge l’essere nella sua totalità. Non più prigioniero della sua realtà materiale, l’essere umano può spiccare il volo verso le azzurre profondità del cielo, grazie alla sua capacità di amare. Le creature del cielo, volano per necessità di vita, l’uomo può volare per volontà d’amare! In volo è possibile guardare le cose dall’alto, senza essere invischiati nel pantano delle passioni. Dall’alto del volo, ci appare tutto più nitido e comprensibile, il bene ed il male riacquistano il loro vero valore, in quanto Dio fa piovere sul buono e sul malvagio senza alcuna distinzione. Chi mette le ali per volare, come un Gabbiano sa di dover guardare con il medesimo occhio ciò che è bello e ciò che invece è deturpo e sgradevole, sa di dover amare tutto quanto scorge durante il suo volo, se chi ha appreso l’arte del volo possiede nel cuore l’amore del Padre.
Un Padre sa di dover amare i suoi figli senza distinzioni, al di là della loro condotta, anzi sa di dover desiderare con tutto il cuore il ravvedimento di quel figlio che è incorso nell’errore e si è smarrito.
Volare significa quindi guardare il mondo con gli occhi di Dio e ritrovare finalmente la pace. Chi vola sa di dover "nuotare" nell’aria, ed in effetti l’aria è un mare leggero come l’etere, allora chi vola, ritrova nel fluido che sorregge le proprie ali la condizione di benessere "amniotico", quando immerso nell’acqua trovava la perfezione assoluta nel grembo materno. Volare è tornare nel grembo materno, come disse Cristo a Nicodemo, e rinascere, perché il sommo dovere dell’essere umano è rinascere, ritrovare la vita, amarla con tutto il cuore, abbracciarla con tenerezza. Siamo solo semi alati che attendono il terreno fertile per dischiudersi e dare vita al "regno del padre". La nostra missione è rinascere, non di certo come pretende la dottrina della reincarnazione, nella quale non credo, ma morire e poi rinascere, affinché in noi muoia l’uomo vecchio e nasca l’uomo nuovo. Come farfalle, da pupe dobbiamo morire in una divina metamorfosi per poter mostrare al mondo ed al cielo, la bellezza della nostra anima. Come voleva Ovidio tutto subisce la sua metamorfosi, perciò se ora non possediamo ali, potremmo metterle in nome dell’amore, perché amando acquisiamo una libertà insperata ed assoluta. Impariamo dunque prima ad amare, per poter dopo spiccare il volo liberi come Gabbiani.
Lo scrittore e psicoanalista tedesco Fromm autore del celeberrimo saggio L’arte di amare, affermava che l’amore si apprende, si impara, pur essendo una caratteristica connaturata all’essere umano.
Anche l’arte del volo, si apprende, pur essendo il desiderio di volare connaturato nell’essere umano.
Quando ci accorgeremo di aver messo ali interiori e di poter essere liberi come Gabbiani, avremmo scoperto nel cuore una grande ed inesauribile capacità d’amare.
Il nostro cuore è come un pozzo dal quale scaturisce una sorgente inesauribile "d’acqua viva", chi ha imparato l’arte d’amare e quindi di volare ha scoperto nel segreto di se stesso l’immortalità degli dei dell’Olimpo pagano e la pace serafica dei Campi Elisi.
Dott. Paolo Francesco Steri
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Scritto dall'autore Vincenzo Puccinelli
pubblicato il 23 settembre 2008
Saggio: La Montagna
La montagna aiuta a ritrovare se stessi e godere la solitudine in un ambiente magico che riesce ad infondere calma e serenità.
Ogni persona sensibile ama trovarsi in una vallata ove gli unici rumori sono quelli naturali ed i boschi accompagnano lo sguardo verso le vette,che dominano incontrastate il paesaggio e ti fanno sentire piccolo ed insignificante.
I prati sono pieni di fiori e di tante qualità di erbette,i laghetti sono delle gemme azzurre incastonate fra gli abeti e le rocce,ogni particolare si armonizza e completa formando un habitat lontanissimo dalla congestione, dal frastuono e dall’inquinamento delle città.
Sfortunatamente anche la montagna non presenta più un quadro così idilliaco,soltanto in rari posti l’uomo è riuscito a non procurare danni,nella maggior parte delle zone si è costruito troppo ed in maniera poco rispettosa della natura.
Mentre le chiesette e le vecchie baite si accordano con il paesaggio ed in molti casi sono fattori di ulteriore abbellimento, tanti nuovi fabbricati non risultano affatto in sintonia ed arrecano disturbo all’ambiente.
Il turismo ha portato per i residenti innegabili vantaggi economici,ma nello stesso tempo parecchie tradizioni ed usanze si sono perse o vengono continuate in modo fasullo solo per attirare e compiacere i visitatori esterni, che generalmente si lasciano facilmente abbindolare e non percepiscono che gli aspetti più esteriori della montagna, senza apprezzarne la vera ed intima essenza.
I gitanti della domenica arrivano con le loro macchine,sono rumorosi, poco rispettosi del verde ed incapaci di ammirare in silenzio un picco innevato,una vallata stretta fra cime scoscese o un pianoro con le mucche al pascolo.
La cosa preferibile sarebbe usare l’auto il meno possibile,una volta che si è raggiunta la località montana prescelta;per godere appieno della vacanza è assai più salutare fare delle passeggiate ed escursioni commisurate alla propria forma fisica, tenendo sempre ben presenti elementari regole di buon senso e di prudenza.
Purtroppo per molti la montagna si riduce a vedere dal finestrino della macchina i passi alpini più famosi,a prendere il sole sulle terrazze panoramiche, a fare lo struscio nel centro di Cortina o di Courmayeur vestiti all’ultima moda e con i tacchi a spillo; praticamente non si ottengono che trascurabili benefici da un simile soggiorno che concretamente non si distacca molto dalle abitudine quotidiane della vita in città.
Vi sono anche turisti troppo avventurosi,che non si rendono conto a sufficienza dei pericoli compresi nell’ambiente di alta quota e vogliono compiere da soli escursioni non adatte alle loro capacità, senza richiedere l’assistenza di guide esperte, che rispettano la montagna e ne temono le tante insidie.
Molte disgrazie avvengono per impreparazione,mancanza di adeguato equipaggiamento e totale incoscienza nell’affrontare vie ferrate ed arrampicate quando le condizioni del tempo non sono pienamente favorevoli.
Alcuni ritengono erroneamente di avere la forza di sopportare lunghe marce sopra i tremila metri,ove l’aria è meno ricca di ossigeno ed è necessario sia un grande addestramento che una ferrea determinazione per poter validamente affrontare le difficoltà di un habitat estremo ed ostile all’uomo.
Questi alpinisti improvvisati sono vittime di narcisistico egocentrismo e costituiscono un pericolo anche per chi spesso è costretto a correre seri rischi per andare in loro soccorso,le scalate non possono divenire un fenomeno di massa,devono essere riservate solo ai veri professionisti, dotati di competenze tecniche,genuina passione e consapevolezza dei propri limiti.
La grandezza di uno scalatore non si misura soltanto dalle vette che ha conquistato o dalle nuove vie che per primo ha sperimentato,ma soprattutto dalle volte che ha deciso di interrompere l’ascesa perché si è reso lucidamente conto dell’impossibilità di andare avanti senza mettere a repentaglio la propria pelle.
Per le persone normali non sono necessarie simili prove,basta avere una certa sensibilità ed un sincero amore per la natura per essere in grado di apprezzare la montagna come sicuro rifugio per stare soli con se stessi e sfuggire momentaneamente ai condizionamenti ed alle assurdità della società in cui si costretti a vivere.
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Scritto dall'autrice Gigliola Ferrucci
pubblicato il 21 settembre 2008
IL VIAGGIO INIZIATICO
Il viaggio iniziatico rappresenta un tema costante nella mitologia e nella letteratura di ogni popolo. Esso è indispensabile per attuare il processo di individuazione di cui parla Jung. il primo passo che l’essere umano compie per riuscire a scoprire quelle parti di sé dimenticate, nascoste o rimosse, ma anche per trovare le proprie origini divine, dalle quali attingere talenti e risorse. Il viaggio di iniziazione comincia sempre con una rottura più o meno drammatica dell’equilibrio del mondo ordinario, quel mondo in cui la coscienza ordinaria rappresenta l’unico punto di riferimento ma anche il dittatore supremo. La possiamo chiamare il "piccolo io", creato dai condizionamenti ricevuti, dall’aspettitave della società in cui viviamo, da tutto ciò che la persona sa di sapere e di potere. Oltre a quel piccolo tiranno ( Gurdjeff in realtà parlava di una moltitudine di piccoli io tiranni), c’è un mondo da scoprire, tutto un territorio abbandonato, una selva oscura nella quale è necessario addentrarsi per districare i grovigli di rovi che sono cresciuti con l’andare degli anni. Per compiere questo viaggio però è sempre necessario avere delle guide, così come Dante trova il suo Virgilio e la sua Beatrice, così ogni viandante incontra chi ha la responsabilità di accompagnarlo e di ammaestrarlo nel viaggio pericoloso. Già! perché ogni viaggio di iniziazione è pericoloso, esso mette a repentaglio il delicato equilibrio psichico ed emotivo del viandante, lo mette a confronto con i propri vissuti traumatici, con quelle zone oscure dalle quali in un tempo lontano era fuggito. Per non parlare poi dei guardiani che si sono appropriati del territorio abbandonato e dei mostri archetipici che pullulano in quelle lande desolate! Eppure è necessario affrontarli, comprenderli e lasciarli sciogliere come neve al sole di fronte alla luce della consapevolezza. Solo lo sguardo attento e vigile del viandante può liberare questi mostri che vivono nell’ombra, ma occorre coraggio, quel coraggio che si acquista solo nei momenti di profonda disperazione, quando tutto perde di senso e non si sa più chi siamo realmente. Solo dopo aver provato le vertigini del vuoto interiore, si potrà partire per quel viaggio rischioso perché ornai non c’è più niente da perdere. Le maschere dell’io sono crollate e dietro ad esse rimane solo quel fitto velo oscuro che nasconde pericoli ma anche tesori. Nella società di oggi però è sempre più difficile compiere questo tipo di viaggi, incontrare Maestri in grado di guidare l’eroe solitario, eppure tutto ciò non deve necessariamente essere fatto nel piano fisico, anzi! Il viaggio da compiere è essenzialmente interiore, così sarà possibile inoltrarsi in questo cammino di scoperta grazie all’uso di tecniche immaginative particolari e guidati da un moderno psicopompo, erede di Hermes. Altrimenti è consigliabile partire per un pellegrinaggio in terre straniere come antichi crociati alla ricerca del Graal, con l’attenzione sveglia per cogliere i segnali che invia l’Universo ed i Maestri che sempre costellano il cammino sotto false sembianze.
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Scritto dal dott. Paolo Francesco Steri
pubblicato il 18 settembre 2008
Eutanasia.
La parola eutanasia deriva dal greco e significa buona morte, (ευθανασία, composta da ευ-, bene e θανατος, morte); in pratica consiste nel procurare la morte senza per questo arrecare ulteriori sofferenze a una persona affetta da una malattia terminale , ponendo fine alla sua esistenza terrena nel modo più sereno possibile. I concetti chiave dell’eutanasia sono:
1. L’assenza di dolore o anestesia, un concetto che seppur applicato normalmente all’ambito chirurgico deve essere qui inteso in senso lato.
2. La rapidità dell’evento, un concetto temporale essenziale per limitare al minimo le sofferenze della persona.
3. La sua incruenta ovvero non violenza, che la distinguerebbe dall’assassinio.
La morte naturale è un evento biologico che esprime la fine di un ciclo vitale ed è quindi per definizione indolore. La malattia pone fine al ciclo vitale in maniera innaturale e quindi spesso si accompagna ad indicibili tormenti fisici e morali, umiliazioni e sofferenze. Ricondurre alla fisiologica "anestesia" la morte potrebbe essere quindi un atto medico di estrema importanza, benché ufficialmente non riconosciuto. L’eutanasia è , infatti, una pratica che seppur ufficialmente condannata viene attuata in nosocomi, cliniche, ospedali quando ci si accorge dell’inutilità e dispendiosità del cosiddetto "accanimento terapeutico". Quest’ultimo è l’esatto opposto dell’eutanasia perché spesso consente la sopravvivenza allo stato vegetativo e di totale dipendenza dai macchinari rianimatori del malato terminale. In questo caso non conta una buona morte, ma prolungare la vita a tempo indeterminato trascurando la reale volontà della persona. In Italia stiamo assistendo al caso di Eluana che, pur avendo espresso esplicitamente il desiderio di una buona morte, è mantenuta in vita da macchinari rianimatori. Sembra quasi che la necessità di rispettare la vita umana prevarichi quella di rispettare la volontà, eppure l’esistenza è essenzialmente pensiero, volontà, sensazione. Si cade in tal modo in una grave contraddizione, in una confusione estrema. Non ci si può fare fautori del rispetto della vita trascurando le necessità interiori frutto dell’esperienza esistenziale che caratterizzano la persona umana. La vita in sé è un processo biologico che va rispettato già a livello embrionale, quando la personalità è solo in potenza, ma la vita germinale si esaurisce nella persona e trova compimento nella sua volontà che può opporsi deliberatamente al mantenimento della vita a livello vegetativo. La vita primitiva ed amniotica, può essere interrotta dal cosiddetto aborto terapeutico ovvero quell’atto medico volto ad interrompere una vita che potrebbe essere gravata da terribili sofferenze per una patologia a carattere ereditario, genetico, cromosomico. In quest’evenienza non essendo possibile esprimere la volontà del nascituro ci si affida alla volontà dei genitori, non essendoci un prima caratterizzato da lucidità e coscienza, ma se quella volontà è stata espressa nel caso dell’eutanasia, non ci si può opporre per motivi religiosi o morali. C’è da chiedersi quanto sia giusto sostituirsi alla persona e decidere al suo posto per difendere la sacralità della vita. Esaminando la cosa da un punto di vista religioso si potrebbe affermare che tra suicidio ed eutanasia non vi è poi molta differenza. Allora perché la legge e la chiesa dovrebbero condannare il suicidio e permettere l’eutanasia? L’eutanasia non è altro che un "suicidio passivo" nel quale la persona essendo nell’impossibilità di porre fine alla sua vita demanda terzi, tramite una volontà precedentemente espressa. Eppure non è così semplice. La morte cerebrale ponendo fine alla persona umana fa venir meno ogni possibile eutanasia, in altri termini l’eutanasia attuata in stato vegetativo non potrebbe dirsi tale. Cessare le cure dopo la morte cerebrale non sarebbe eticamente e legalmente perseguibile. Cerchiamo quindi di definire meglio il concetto di morte cerebrale. La morte dal punto di vista medico, al di là di criteri metafisici più unitari, ma meno corretti da un punto di vista epistemologico può essere distinta in:
1. Morte cardiaca o morte clinica
2. Morte respiratoria o morte reale
3. Morte cerebrale o morte legale
Ciò che definisce chiaramente il terzo parametro è l’irreversibilità, il punto di teorico non ritorno, teorico perché esclude il miracolo. Un altro modo per definire il terzo criterio è la dizione coma irreversibile. La prima definizione di coma irreversibile fu elaborata nel 1968 da un comitato deontologico creato "ad hoc" dell'Harvad Medical School, definendo la legittimità dell’atto di "staccare la spina" ponendo fine ad ogni misura rianimatoria. Lo "staccare la spina "in questo caso non sarebbe eticamente e deontologicamente errato, anzi potrebbe essere anche il momento dell’espianto d’organi per la donazione da cadavere. Ma il progresso della medicina rianimatoria ed intensiva ha posto il nuovo problema della possibilità di mantenere in vita l’essere umano allo stato vegetativo. La definizione di morte cerebrale si attua secondo semplici ed universali criteri clinici:
1. L’assenza di attività cardiaca per più di venti minuti ( registrata con l’elettrocardiogramma), essendo dopo venti minuti assente ogni forma di ossigenazione encefalica.
2. L’esame neurologico non dà alcun segno di funzioni cerebrali: nessuna risposta nocicettiva (al dolore), assenza dei riflessi dei nervi cranici (pupille fisse, assenza del riflesso oculocefalico né corneale) assenza di respirazione spontanea.
La morte cerebrale non è solo la perdita delle funzioni neocorticali, ovvero delle funzioni elevate che caratterizzano la psiche ed il pensiero astratto, ma anche del tronco encefalico, quello che si suole dire la sfera vegetativa ed affettiva prevalente nell’universo animale e nella vita amniotica: per questo l'anencefalia (letteralmente assenza di sostanza corticale), una malformazione in cui il telencefalo (cervello) non è presente, non è generalmente definita morte cerebrale, sebbene sia una condizione certamente irreversibile in cui può essere appropriato spegnere il supporto vitale, ma qui rientriamo nell’ambito dell’aborto terapeutico, quindi qualcosa di apparentato all’eutanasia, ma non coincidente con questa. I criteri clinici per l’applicazione dell’eutanasia sono quindi ben definiti , ma non si può dire la stessa cosa per quelli etici ( da non confondere con quelli deontologici). Il problema dell’eutanasia non è quindi clinico e deontologico, ma prettamente morale e religioso e quindi metafisico. E’ quindi necessario, nell’ottica di un’importante ed irrinunciabile distinzione di ambiti e competenze che la chiesa e le istituzioni morali che la rappresentano diano urgentemente una risposta al problema dell’eutanasia, universalmente percepito, coerentemente con le più moderne definizioni scientifiche del concetto di morte e questa è l’ opinione di un medico convinto della sua fede religiosa.
