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Storia dell'editoria italiana
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L'editoria italiana, dopo le prime esperienze dei librai, tipografi ed editori dell'età moderna, ha visto la sua prima fase di sviluppo nei primi decenni dell'Ottocento, periodo nel quale si sono delineate alcune caratteristiche presenti tutt'oggi nell'editoria italiana.
Le prime esperienze editoriali, vicine alla concezione moderna di editoria, si sono avute in Italia a Venezia, a cavallo tra il XV ed il XVI secolo, ad opera di Aldo Manuzio. Oltre a lui, sono ben noti altri editori del Cinquecento, quali Nicolò d’Aristotele detto Zoppino o Francesco Marcolini da Forlì, anch'essi attivi a Venezia. A partire da quella fase ancora embrionale della produzione libraria "a stampa", grazie all'invenzione della tipografia, è proprio la Repubblica di Venezia a distinguersi per la maggiore produzione libraria.
Il Settecento
La produzione libraria italiana, dopo l'esperienza di Manuzio, rimase tuttavia racchiusa al livello di artigianato a conduzione familiare, con la figura del libraio-editore del Settecento. Il libraio-editore era colui che basava la sua attività prevalentemente nello scambio librario, sfruttando i contatti con gli altri librai per la diffusione di alcune stampe proprie, economicamente non rilevanti per la sua attività.
Nella seconda metà del XVIII secolo il panorama del libro in Italia gode di buona salute, con la riorganizzazione di varie biblioteche, il rinnovamento di accademie e la nascita dei primi gabinetti e caffè dedicati alla lettura. I libri di qualità, soprattutto antichi, abbondano, anche se il pubblico dei lettori è estremamente ridotto.
Nel versante non erudito, la pubblicazione, da parte di tipografi artigiani, si limita prevalentemente ad almanacchi e lunari di scarsa qualità, nonché a numerosi libri di preghiera ed altre pubblicazioni su commissione degli enti ecclesiastici o dei governi.
L'Ottocento
Per l'Italia, come per altri paesi europei ma con forti ritardi rispetto a Francia, Gran Bretagna e Germania, il XIX secolo ha portato la modernizzazione progressiva dell'editoria, fino al decollo definitivo.
Il periodo napoleonico
In Italia i primi grandi cambiamenti nel panorama librario e della stampa avvengono nel periodo napoleonico, con l'occupazione delle truppe napoleoniche di tutta la penisola, ad esclusione della Sicilia (1805 - 1814 circa). In questa fase il nuovo regime decretò la libertà di stampa, con la fine della censura preventiva, di quella del clero e l'affidamento della censura repressiva ad organi di polizia. Inoltre l'abbattimento delle molte barriere doganali nella penisola diede la possibilità ai librai-tipografi di commerciare più ampiamente i loro libri, e l'istruzione elementare obbligatoria pose le basi per un futuro allargamento del pubblico dei lettori (all'epoca ridottissimo) e per la nascita di un mercato di testi scolastici.
-Archivista- Va comunque ricordato che con decreto, dato a Monza il 27 novembre 1811, a firma di Eugenio Napoleone, furono elencati e classificati tutti i giornali che potevano trattare di politica e ciò fu sottoposto all'attenzione del ministro dell'Interno, il che è tutto dire. Napoleone fu un grande personaggio ma peccò, nella seconda fase del suo dominio, quindi dopo l'incoronazione, dei peccati di assolutismo nei quali banalmente caddero tutti i despoti. Quindi un grande uomo con i limiti di tutti gli uomini. -Archivista-
Il regime napoleonico cambiò anche i rapporti interni al mercato librario, favorendo la competizione e tentando di accentrare la produzione libraria in città come Torino, Milano, Firenze e Napoli, a discapito di Genova, Bologna, Venezia (fino all'epoca centro editoriale fondamentale), gli Abruzzi e le Puglie. A Roma la breve parentesi napoleonica non solo non riuscì ad introdurre tali elementi di modernizzazione, ma provocò gravi depauperamenti alle tipografie pontificie.
Gli editori d'avanguardia
La restaurazione del 1815 riportò la penisola in una fase di chiusura, con il ripristino delle barriere doganali e l'irrigidimento della censura. Tuttavia, almeno in determinate aree (Torino, Milano e Firenze), non fu reintrodotta la censura preventiva, e comunque l'altra conquista, l'istruzione, se pur con difficoltà non fu messa in discussione.
In questa fase si distinguono le prime iniziative editoriali in senso moderno, e si distinguono alcuni tra gli editori che per lungimiranza e senso del mestiere si porranno all'avanguardia della futura editoria italiana.
Torino
a Torino si distingue Giuseppe Pomba, che con l'omonima casa editrice da il via ad una collana di classici latini e greci, la "Collectio Latinorum Scriptorum cum notis", che esce dal 1818 al 1835 in 108 volumi; tale collana impone ammodernamenti tecnologici che consentano di rispettare le scadenze e l'aumento della tiratura, portando la casa editrice di Pomba tra le più moderne e tecnologiche dell'Italia pre unitaria. Ancora più forti furono le spinte all'ammodernamento imposte dall'altra collana della casa editrice, la "Biblioteca popolare" (dal 1828 al 1832), che si poneva l'obiettivo, tramite una veste editoriale scarna ed economica, di allargare il mercato.
Firenze
a Firenze Giovan Pietro Vieusseux è un mercante di libri che si fa promotore di una iniziativa, quella del Gabinetto di lettura Vieusseux (1820), che in breve anima la vita sociale e politica di Firenze; accanto a questa iniziativa vi sono iniziative editoriali minori, ed iniziative commerciali legate ai libri, che pongono Vieusseux come un attento osservatore e critico del suo tempo, in grado di cogliere i problemi legati all'espansione del libro in Italia, e scorgendone una possibile soluzione solo nell'Unità d'Italia.
Negli anni '30 apre a Firenze un altro libraio straniero, Felice Le Monnier; la casa editrice Le Monnier, che si svilupperà, sarà fino all'Unità d'Italia tra le più avanzate, insieme a quella di Giuseppe Pomba. Le Monnier rientra in quel primo gruppo di editori accomunati dallo spirito imprenditoriale e dal forte senso del ruolo dell'editore.
Dagli anni '20 all'Unità d'Italia
La componente più avanzata dell'editoria italiana, fino all'Unità d'Italia, spinse sempre i governanti a favore di una serie di riforme che favorissero il mercato librario.
Gli elementi che all'epoca erano visti come il maggiore ostacolo alla diffusione del libro erano:
- dazi doganali molto elevati, che chiudevano i mercati, riducendoli e frammentandoli eccessivamente;
- legislazione sul diritto d'autore recente ed insufficiente, che garantisce protezione solo all'interno del singolo Stato, favorendo la copia non autorizzata;
- censura soprattutto verso le importazioni, nel tentativo, soprattutto a Firenze, a Roma e Napoli, di impedire l'afflusso di nuove idee (liberali e non solo) dall'esterno;
- bassissima scolarizzazione, con una frequenza molto bassa nelle scuole, l'analfabetismo era elevatissimo; inoltre quanti frequentavano i tre anni di scuola dell'obbligo non avevano le minime competenze necessarie ad affrontare la lettura di un libro, restando completamente fuori mercato;
questa situazione, esasperata soprattutto nel Regno delle Due Sicilie con il protezionismo ed a Roma con una censura paranoica, finiva col favorire il gran numero di piccoli stampatori-librai, artigiani con solo pochi torchi manuali e privi delle possibilità di lanciare vere e proprie iniziative editoriali. Questi erano infatti avvantaggiati tanto dalla chiusura del mercato, dato che evitava una concorrenza esterna per accaparrarsi le commesse statali o della Chiesa, quanto dalla mancanza di una legislazione omogenea sul diritto d'autore, che consentiva ai piccoli stampatori di copiare le iniziative editoriali più importanti rimandandole alle stampe per proprio conto. Ciò creò una contrapposizione tra gli stampatori-editori artigianali e di provincia, interessati a conservare la loro nicchia di mercato, ed i grandi editori, che facendo fronte comune con gli intellettuali spinsero spesso anche in senso liberale.
In quegli anni si delinea una delle caratteristiche proprie del panorama editoriale italiano: la frammentazione. Accanto a (poche) case editrici maggiori, che cominciavano a tentare vere iniziative imprenditoriali, stava una quantità di piccole stamperie, librai editori, tipografie etc, attive a livello locale per produzioni minori.
Con Venezia in completo declino, in questi anni emerge Milano (con una parentesi negli anni venti e trenta), caratterizzata però da una serie di iniziative editoriali piccole e dall'elevato tasso di mortalità. In questa città si distingue Antonio Fortunato Stella, vecchio editore trasferitosi da Venezia, che porta avanti una linea editoriale assai prudente.
Verso gli anni quaranta si assiste ad un progressivo sviluppo tecnologico dei principali esponenti dell'editoria, che iniziano a delineare meglio la figura dell'editore. Inoltre è di quegli anni l'accordo sul diritto d'autore tra i Savoia e l'Austria, che viene successivamente adottato anche dagli altri Stati della penisola.
Il biennio rivoluzionario del 1848-49 vedeva un preponderante aumento della produzione di periodici informativi, anche a scapito del libro, e la successiva restaurazione portava con se una chiusura ferrea, con una censura anche più rigida di quella del XVIII secolo.
La produzione
Intorno agli anni '30 sono piuttosto diffuse le pubblicazioni di basso livello, prevalentemente almanacchi e lunari, che escono in gran numero, con tirature anche fino a 10-15mila copie. Sono piuttosto diffuse anche le strenne, pubblicazioni costose ma di bassa qualità.
Un libro poteva uscire con tirature fino a mille copie, ma alcuni esemplari di successo raggiunsero le 5-6mila. In questo periodo si diffonde anche il periodico, iniziativa editoriale meno impegnativa e costosa, raggiungeva all'epoca una tiratura modesta, 300-600 copie, fino alle mille copie di un periodico di successo.
L'Unità d'Italia
Con l'Unità d'Italia, da molti editori vista come l'unica possibile soluzione ai problemi dell'editoria italiana, il settore editoriale registrò una vera e propria esplosione.
Vennero infatti meno alcuni dei problemi che avevano rallentato la crescita: le barriere doganali, con gli alti dazi, vengono meno; gli editori si ritrovano così ad operare in un unico, vasto mercato nazionale. Viene meno anche la dura censura ed i forti programmi di scolarizzazione che il governo intende perseguire, se non risolvono il problema dell'analfabetismo e dei pochi lettori, creano forti esigenze di una adeguata produzione scolastica (libri di testo, sussidiari, grammatiche, ma anche ausili didattici come carte geografiche etc.).
- i titoli stampati nel 1836 furono 3.300, nel 1863 erano 4.200 e nel 1873 erano già saliti a 15.900;
- i periodici pubblicati ebbero una crescita anche maggiore, dato che nel 1836 erano 185, nel 1864 già 450, 765 nel 1871 e ben 1.127 nel 1873; è bene tuttavia considerare che molte iniziative nel campo dei periodici avevano vita effimera.
l'espansione riguardò pure l'industria editoriale in tutto il suo complesso, con un forte aumento delle cartiere e delle tipografie, della produzione di inchiostro, di macchine per la stampa e di tipi.
La grande editoria Italiana
Tra le maggiori case editrici italiane troviamo Mondadori, Giuffré, Einaudi, Bompiani, Adelphi, Giunti, Zanichelli, Longanesi, Rizzoli, Garzanti, Dami, Castoldi, Sperling & Kupfer, Hoepli, Riuniti, Fabbri, Feltrinelli e tante altre.
